Ho scelto di sbagliare // Enrico Nascimbeni

Franco Piperno riferendosi al Sessantotto da lui vissuto scrisse che si schierò “dalla parte del torto non tanto per scelta quanto per sorte, perchè dalla parte della ragione i posti erano tutti esauriti”. L’approccio di Enrico Nascimbeni, che prova a riacchiudere in questo libro, è simile, con la differenza che per lui non è stata la casualità a decidere, né l’appartenenza a delle astrazioni ideologiche, ma l’indole ad imboccare sempre gli scenari più improbabili, sconsigliati e rischiosi che la vita gli presentava davanti.

Questo suo anticonformismo innato del fare sempre il contrario che il buon senso o la maggioranza delle altre persone avrebbero fatto, lo ha portato spesso a mettersi a rischio e a tratti ad autoemarginarsi, ritrovandosi anche molte cicatrici addosso. Alcune non soltanto metaforiche, così come quella passata alle cronache nell’agosto dello scorso anno a seguito di un’aggressione neofascista, subita davanti al portone di casa sua per colpa del suo attivismo antirazzista e antiomofobo a difesa degli ultimi.

In questa sua opera, tra le figure che chiama in causa più spesso in continui lampeggiamenti, c’è il padre Giulio, critico letterario a lungo responsabile della Terza Pagina del “Corriere”, che viene ricordato anche nella copertina del libro in una foto che li ritrae insieme mentre si correggono a vicenda degli articoli. Nonostante fosse scomparso già da dieci anni quando Nascimbeni scrisse “Ho scelto di sbagliare”, rimane vivissimo nella memoria del figlio che carico di nostalgia si sforza di “ricordarsi di ricordare” cercandone ovunque i frammenti e le tracce in un’opera dal risultato profondamente autobiografico.

Tecnicamente il libro si definisce un prosimetro, ossia un insieme di prose e versi; alle parti più narrative si alternano delle parti liriche che, non essendo poesie in senso stretto, si possono definire prose liriche. Una scrittura frantumata, impressionista, evocativa, che nulla concede all’artificio o alla moda letteraria, e che si può definire naïf, infantile, ingenua. Molto deriva dalle numerose attività di Nascimbeni, che oltre ad essere scrittore era anche poeta e cantautore. Si affida negli umori e nei saperi al così detto “stream of consciousness”, ovvero il flusso di pensieri di joyciana memoria.

Un libro molto consigliato che permette di approfondire, nell’italia del qualunquismo, la figura di un’artista e attivista impegnato a tutto tondo che lui stesso definiva “essere mezzo rom, mezzo ebreo, mezzo vecchio comunista, e tante altre “mezze” cose che, aritmeticamente, facevano in totale parecchi – veri, per Dio! – artisti folli, giornalisti, musicisti, poeti.”

Ho passato parte della mia vita a cercare l’approvazione di Qualcuno. E non mi sono accorto che quel qualcuno, alla fine della storia, sono io.

Filippo Piccini

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