Cannabis light, pubblicate le motivazioni. La Cassazione: “Vanno bene alimenti e cosmetici, ma non fiori e resina”

«Questa sentenza non spiega nulla, anzi rende ancora più confuso il quadro generale non tenendo in minima considerazione oltre trent’anni di studi scientifici». Così l’avvocato Carlo Alberto Zaina – difensore del commerciante di Ancona nel procedimento da cui ha avuto origine il caso – commenta le motivazioni della sentenza della Corte di Cassazione dello scorso 30 maggio sui prodotti derivati dalla canapa legale. Difficile dire se centinaia di negozi aperti in tutta Italia e traboccanti di fiori di canapa ribattezzati Berry Wild, Lemon Out, Kali e Genes saranno costretti a chiudere, perché la questione resta parecchio nebulosa: se nella prima parte delle motivazioni la Cassazione pare stroncare ogni possibilità per le migliaia di nuovi imprenditori che hanno investito in un mercato che cresce a doppia cifra, la Cassazione fa comunque salvo «che tali derivati siano, in concreto, privi di ogni efficacia drogante o psicotropa, secondo il principio di offensività».

Si legge nelle motivazioni che «la commercializzazione al pubblico di cannabis sativa L. e, in particolare, di foglie, inflorescenze, olio, resina, ottenuti dalla coltivazione della predetta varietà di canapa, non rientra nell’ambito di applicabilità della legge n. 242 del 2016, che qualifica come lecita unicamente l’attività di coltivazione di canapa delle varietà ammesse e iscritte nel Catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole, ai sensi dell’art. 17 della direttiva 2002/53/CE del Consiglio, del 13 giugno 2002 e che elenca tassativamente i derivati dalla predetta coltivazione che possono essere commercializzati». In estrema sintesi, la questione poi risolta al Palazzaccio era: i fiori “light” – cioè con una bassa percentuale di Thc – si possono vendere anche per essere fumati oppure no? Sembrerebbe dunque di no.

I giudici di piazza Cavour riportano poi l’intero elenco, contenuto nel testo unico per l’agricoltura, dei prodotti che si possono ottenere dalla cannabis sativa. Si tratta di «alimenti e cosmetici prodotti esclusivamente nel rispetto delle discipline dei propri settori, semilavorati quali fibra, canapulo, polveri, cippato, oli o carburanti, per forniture alle industrie e alle attività artigianali di diversi settori, compreso quello energetico, di materiale destinato alla pratica del sovescio e di materiale organico destinato ai lavori di bioingegneria o prodotti utili per la bioedilizia». Ancora nell’elenco vengono citati «il materiale finalizzato alla fitodepurazione per la bonifica di siti inquinati” e le “coltivazioni dedicate alle attivita’ didattiche e dimostrative nonche’ di ricerca da parte di istituti pubblici o privati o destinate al florovivaismo».

Secondo l’interpretazione delle Sezioni Unite, la legge non consente la vendita o la cessione a qualunque titolo dei prodotti «derivati dalla coltivazione della cannabis», come l’olio, le foglie, le infiorescenze e la resina. Ma sempre la stessa Cassazione ne fa salvo «l’effetto drogante in concreto».

«Questo vuol dire che la decisione viene rimandata ai tribunali, che dopo il sequestro dovranno decidere se c’è oppure no l’efficacia drogante – continua Zaina –. Si crea il caos, ignorando un dato scientifico ormai consolidato. Inoltre non affronta il tema dei sequestri». Per stabilire sia il livello di Thc che l’efficacia drogante, si ricorre al sequestro di tutti i prodotti. «E’ un principio giuridicamente sbagliato – conclude l’avvocato -, perché come già stabilito in passato da altri tribunali si dovrebbe sequestrare una campionatura dei prodotti».

fonte: LASTAMPA.it

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