La Turchia inizia a bombardare obiettivi curdi al confine con la Siria

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L’artiglieria di Ankara ha iniziato a bombardare obiettivi delle milizie curde ad al-Malikiyah, località siriana situata nella provincia nordorientale di Hasakah, a ridosso del confine turco. Lo hanno riferito fonti locali citate dal sito del quotidiano “Sabah”, secondo le quali nel mirino dell’artiglieria sono finiti “elementi” delle Unità di Protezione del Popolo (Ypg) curdo – che Ankara considera un’organizzazione terroristica – alle porte di al-Malikiyah.

Recep Tayyip Erdogan ha lanciato un’operazione nel Nord-Est della Siria contro i guerriglieri curdi delle Ypg. L’invasione di terra, annunciata più volte negli scorsi mesi e con più insistenza negli ultimi giorni, è di fatto cominciata questa mattina, quando l’esercito turco ha spostato truppe, tank e veicoli corazzati verso il confine e la Casa Bianca ha reso noto che la Turchia “lancerà presto un’operazione militare nel Nord-Est della Siria da tempo programmata” e che le truppe americane non saranno più «nell’area circostante», cioè verranno ritirate.

Verso il ritiro Usa dalla Siria
«Le forze armate degli Stati Uniti non sosteranno questa operazione e, avendo sconfitto il califfato territoriale dello Stato Islamico, non saranno più nell’area circostante», ha precisato la dichiarazione della portavoce Stephanie Grisham. La decisione è arrivata dopo di una telefonata tra Donald Trump ed Erdogan. I due leader hanno discusso del conflitto in Siria e stabilito di incontrarsi a novembre a Washington. Nella dichiarazione Grisham ha aggiunto che da ora non poi sarà laTurchia, e non gli Stati Uniti, «a essere responsabile per tutti i combattenti dell’Isis» provenienti da “Francia, Germania ed altre nazioni europee” che sono stati “catturati negli ultimi due anni dopo la sconfitta del califfato territoriale a opera degli Stati Uniti».

Il destino dei jihadisti dell’Isis
Il Nord-Est della Siria, un’area di circa 50 mila chilometri quadrati, un quarto del Paese, è passato nel 2013-2014 sotto il controllo dello Stato Islamico. L’intervento degli Usa al fianco dei guerriglieri curdi delle Ypg ha permesso di sconfiggere i jihadisti e liberare Raqqan nell’ottobre del 2017 e poi tutta la regione. Migliaia di terroristi e loro famigliari sono detenuti in prigioni e soprattutto nel campo profughi di Al-Hol, controllato dai combattenti curdi. Erdogan però considera le Ypg l’estensione in Siria del Pkk e quindi una «organizzazione terroristica».

Dopo aver minacciato un intervento più volte il leader turco ha raggiunto un accordo con Washington per istituire una «zona cuscinetto» profonda 30 chilometri senza presenza di guerriglieri curdi. Ieri ha dichiarato che un intervento militare sarebbe potuto arrivare «già oggi o domani» e ha che la Turchia è costretta ad intervenire per tutelare la propria sicurezza e far tornare al più presto a casa i profughi siriani.

I curdi: pronti alla guerra totale
I curdi delle Ypg hanno replicato che se le truppe turche entrano «sarà guerra totale». Venerdì scorso funzionari anonimi del Pentagono e del Dipartimento di Stato hanno rivelato al Wall Street Journal che «ci sono segnali evidenti» che l’operazione è prossima: «E’ una tempesta perfetta, davvero brutta: non avremmo altra scelta che ritirarci».
Gli Usa hanno ancora 1.100 militari nella zona ma a questo punto è chiaro che Trump ha scelto di cedere il controllo dell’area alla Turchia e per i guerriglieri curdi le prospettive sono preoccupanti. Erdogan ha anche annunciato la creazione di nuove città e villaggi dove reinsediare un milione di rifugiati siriani arabo-sunniti per trasformare i curdi in una minoranza lungo la frontiera. La politica di arabizzazione dei territori curdi e annessione strisciante alla Turchia marcia già a pieno regime nel Nord-Ovest della Siria, dove apriranno tre facoltà dell’università di Gaziantep e da dove i curdi vengono espulsi.

Erdogan: pronti a entrare in qualsiasi momento
Osservatori locali hanno confermato il ritiro delle truppe americane dai posti di confine di Tall Abyad e Ras Ayn. Colonne di blindati si sono dirette verso l’interno e hanno lasciato la strada libera, mentre il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha ribadito che la Turchia “caccerà i terroristi curdi dalla Siria”. L’azione delle forze turche sarà facilitata anche dal fatto che i curdi hanno demolito nelle scorse settimane le fortificazioni alla frontiera, su richiesta degli Usa. Lo scopo era facilitare la creazione di una “fascia di sicurezza” che doveva essere gestita da militari statunitensi. Ora però i curdi si ritrovano senza difese. Il loro portavoce Mustafa Bali ha confermato il ritiro statunitensi e ribadito che le Forze democratiche siriane, una alleanza fra curdi, arabi, siriaci, “si difenderanno con tutte le loro forze”. Ma la delusione e il senso di tradimento è evidente.

Assad tentato dall’aiutare i curdi
Anche Erdogan ha confermato il ritiro dei militari americani ribadito l’intenzione di Ankara a realizzare un intervento militare a Est del fiume Eufrate “in qualsiasi momento”. Il leader turco andrà a Washington a metà mese per discutere di Siria e della fornitura dei caccia invisibili F-35, sospesa dopo l’acquisto del sistema anti-aereo russo S-400. Erdogan è ora in una posizione favorevole, gode dell’appoggio russo, del via libera di Trump e del consenso anche dell’Iran, che ha come priorità l’espulsione delle forze militari statunitensi dalla Siria e da tutta la Mesopotamia. I curdi hanno invece poche opzioni. La più probabile è una trattativa con il governo di Damasco per ottenere aiuto contro la Turchia. Esercito siriano e curdi delle Ypg hanno collaborato in passato contro formazioni jihadiste nella provincia di Aleppo ma ora il presidente Bashar al-Assad è vincolato agli accordi fra Mosca-Teheran-Ankara.

Paesi europei sconcertati
Trump, ha rivelato il Wall Street Journal, ha deciso il ritiro dal Nord-Est della Siria senza consultare nessun alleato, neppure Gran Bretagna e Francia che schierano uomini delle forze speciali accanto ai curdi delle Forze democratiche siriane. Il posto di frontiera di Tall Abyad è stato abbandonato alle 6 e 30 di questa mattina, in tutta fretta. Il ritiro per ora riguarda soltanto la “fascia di sicurezza” profonda dai 5 ai 30 chilometri lungo i 370 chilometri di frontiera con la Turchia. Ma Trump ha anche commentato che è venuto il momento per gli Stati Uniti di “ritirarsi da queste stupide guerre, spesso tribali”, e quindi ha alluso a un ritiro completo che allarma anche l’Unione europea, preoccupata da una invasione turca su larga scala e da un possibile esodo di civili.

La portavoce del Servizio europeo di Azione esterna, Maja Kocijancic, ha ribadito che una soluzione alla crisi in Siria “non sarà raggiunta attraverso l’uso di mezzi militari, ma richiede una vera transizione politica”, anche se “riconosciamo le legittime preoccupazioni della Turchia sul piano della sicurezza”. La portavoce ha ricordato la risoluzione delle Nazioni Unite e gli accordi di Ginevra. “Nel quadro di questo processo – ha aggiunto – l’Unione europea resta impegnata per la unità, la sovranità e l’integrità territoriale della Siria”, anche perché “le rinnovate ostilità armate esacerberanno le sofferenze dei civili”. Anche l’Onu è preoccupata e ha detto di “aspettarsi il peggio” in caso di una ampia operazione militare turca contro i guerriglieri curdi, con un massicci movimenti di profughi.

fonte: LASTAMPA.it

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