8 ottobre 1974: la banca di Sindona viene dichiarata insolvente

michele sindona arrestato

La Franklin National Bank, uno dei principali istituti di credito degli Stati Uniti d’America, viene dichiarata insolvente per bancarotta fraudolenta. Le indagini che ne scaturiscono si indirizzano verso le attività del banchiere italiano Michele Sindona che l’aveva acquisita due anni prima.

Nel 1971 Sindona fece delle operazioni finanziarie andate male e subì il fallimento dell’OPA – Offerta Pubblica di Acquisto, è un’offerta finalizzata all’acquisto in denaro di prodotti finanziari – sulla finanziaria Bastogi, promossa dal suo gruppo. L’anno dopo riuscì a prendere il controllo di una delle maggiori 20 banche americane dell’epoca, la Franklin National Bank di Long Island, e fu definito da Giulio Andreotti (accostato spesso nel corso della sua carriera politica a Sindona) “il salvatore della lira”. Pochi mesi dopo però, nell’aprile 1974, portò la Franklin al fallimento con una perdita del 98% dei profitti della banca: fu chiamato il “crack Sindona” poiché il banchiere perse molti dei suoi investimenti e fu dichiarato insolvente.

Indagato anche dalle autorità statunitensi, Sindona inscenò un sequestro arrivando a farsi sparare a una gamba per rendere la storia più veritiera. Nel 1980 però venne arrestato e condannato negli Stati Uniti per frode, spergiuro e appropriazione indebita. Il governo italiano chiese di estradare Sindona per poterlo processare per l’omicidio Ambrosoli: il 18 marzo 1986 venne condannato all’ergastolo. Morì due giorni dopo, nel carcere di Voghera, per avvelenamento da cianuro di potassio: la sua morte viene considerata un suicidio perché il cianuro di potassio ha un odore particolarmente forte, e per questo si pensò che difficilmente avrebbe potuto ingerirlo senza saperlo. Si pensò che Sindona avesse tentato di auto-avvelenarsi per essere nuovamente estradato negli Stati Uniti (con cui l’Italia aveva un accordo di custodia legato alla sua incolumità) ma avesse sbagliato le dosi.

Il giornalista e docente universitario Sergio Turone ipotizza che fu Andreotti a far pervenire la bustina di zucchero contenente il cianuro fatale a Sindona, facendo credere a quest’ultimo che il caffè avvelenato gli avrebbe causato solo un malore. Secondo Turone, il movente del presunto omicidio sarebbe stato il timore che Sindona rivelasse durante il processo d’appello segreti riguardanti i rapporti tra politici italiani, Cosa Nostra, e la P2: «…fino alla sentenza del 18 marzo 1986 Sindona [aveva] sperato che il suo potente protettore [Andreotti] trovasse la via per salvarlo dall’ergastolo. Nel processo d’appello, non avendo più nulla da perdere, avrebbe detto cose che finora aveva taciuto».

Va tuttavia sottolineato che tale ipotesi non è stata suffragata da alcuna prova concreta che implichi in alcun modo Andreotti nella morte di Sindona.

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