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Draghi, addio con Mattarella e Merkel argini ai no euro

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È il momento delle emozioni, sia pure compostissime, degli abbracci, dei ringraziamenti. Ma anche – per l’addio di Mario Draghi alla sua Bce che ha guidato per otto anni tumultuosi – uno dei momenti forse più `politici´: ringrazia il Presidente Sergio Mattarella, la Cancelliera Angela Merkel e il presidente Emmanuel Macron per aver «respinto le voci illiberali che ci avrebbero fatto voltare le spalle all’integrazione europea». Invece – dice Draghi pensando anche alla sua Italia, dove l’affermazione della Lega potrebbe rimettere tutto in discussione – ora ci vuole «più Europa, non meno», a partire da una capacità di bilancio dell’Eurozona.

I toni, del resto, non potevano essere diversi vista l’occasione, che ha fatto mettere da parte per una volta i tecnicismi della politica monetaria di fronte a un parterre, riunito nel grattacielo della Bce in Sonnemannstrasse, che era quello delle grandi occasioni. Ci sono i presidenti dei tre Paesi fondatori e i vertici dell’Unione – dal presidente uscente Jean-Claude Juncker della Commissione a quella futura, Ursula von der Leyen. C’è la presidente chiamata a succedergli alla Bce il 1  novembre, Christine Lagarde, che già nei panni del banchiere centrale appare molto più seria e meno flamboyante rispetto agli anni al Fondo monetario internazionale. Ci sono gli uomini di Draghi alla Bce, tutto il consiglio direttivo e quello generale che riunisce i governatori extra-euro, e i ministri, come il titolare dell’Economia in Italia Roberto Gualtieri.

E ci sono, non a caso, i più europeisti fra i politici italiani, da Mario Monti a Paolo Gentiloni. Perché l’Italia del debito pubblico monstre, della crescita sfuggente e dell’affermazione antieuro che continua imperterrita è nella mente di tutti. Così come tutti, o quasi, s’interrogano se il futuro di Draghi possa includere un recalcitrante sì alla sfida politica diretta, magari da premier (chi gli è vicino lo esclude), o magari da successore di Mattarella a garanzia di un’Italia che resta in Europa.

Quel che è certo è che Draghi – che da tutti riceve ringraziamenti per aver salvato l’euro e per una politica monetaria all’altezza della grande crisi – vuole inviare un segnale di europeismo vivo e combattivo. «È davanti agli occhi di tutti che ora è il momento di più Europa, non meno» dice citando la Merkel quando dice che «noi europei dobbiamo prendere il nostro destino nelle nostre mani». Lo dice dopo aver ricevuto (con calore) il «caro Mario, come cittadino europeo desidero dirti grazie» di Mattarella. Dopo aver ascoltato la Merkel ringraziarlo «personalmente» e definire «cruciale» la leadership di Draghi durante le acque tempestose della crisi. E dopo aver avuto l’endorsement di Macron – mentre la Merkel ha un po’ sorvolato sul tema preferendo parlare di «riforme» – a favore dell’idea di una dotazione di bilancio europea anti-crisi che fiancheggi la politica monetaria: «spetta ora a noi, cari leader – ha detto il francese dopo aver definito Draghi «degno erede» dei padri fondatori Adenauer, De Gasperi, Monnet, Schumann, Altiero Spinelli – portare avanti questo compito».

Tutti, fra i presenti, sanno che è la partita su cui si giocherà, nei prossimi anni, il destino del progetto europeo. Ma c’è anche dell’altro, per Draghi. Che sa bene di lasciare la Bce alla Lagarde – che è politica abilissima e stimata ovunque, ma nuova al mondo un po’ maschilista e ipertecnico delle banche centrali – in un momento critico. Con l’eredità difficile dei dissidi interni (circa un terzo dei governatori contro) per la svolta ultra-espansiva che ha caratterizzato il suo mandato. E di banche centrali ovunque catapultate in «acque inesplorate», con l’aggravante dell’Eurozona di dati economici ostinatamente in rosso.

fonte: LASTAMPA.it

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