Brasile, Lula esce dal carcere dopo 19 mesi

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Il giudice accetta la richiesta della difesa di Luiz Inacio Lula: l’ex presidente brasiliano torna in libertà. La prima cosa che ha detto di voler fare, uscito dal carcere, e’ risposarsi. Ancora amatissimo dai brasiliani, Lula, 73 anni, lo aveva fatto sapere a maggio scorso, quando era ancora lontana la sentenza della Corte Suprema che stabilisce l’indispensabilita’ di tutti i gradi di giudizio per poter tenere un uomo in prigione. “E’ innamorato, e la prima cosa che ha intenzione di fare e’ sposarsi”, aveva scritto su Facebook Luiz Carlos Bresser-Pereira, suo ex ministro, che lo ando’ a trovare nel penitenziario di Curitiba. La futura sposa sarebbe, secondo quanto riporta il settimanale online Epoca, Rosangela da Silva, sociologa 40 enne, quasi la stessa eta’ di Maria Leticia, la 43enne che Lula porto’ per prima sull’altare e che mori’ nel febbraio del 2017.

L’ex presidente brasiliano e’ oggi una icona della sinistra nel Paese guidato da Jair Bolsonaro, e forse l’uomo piu’ temuto dall’attuale capo dello Stato. Le due condanne per corruzione e riciclaggio, una a 8 anni e l’altra a 12, non sono bastate a far dimenticare ai brasiliani gli anni in cui “Lula” (nomignolo che utilizzava fin da quando era sindacalista dei metallurgici: dal 1975 e per quasi tutti gli anni Ottanta, in piena dittatura, sfido’ da capo del sindacato i militari al potere organizzando scioperi poderosi) ha guidato la piu’ grande potenza dell’America Latina dal 2003 al 2010. Leader indiscusso del Partito dei lavoratori, da lui co-fondato, Lula conquista la presidenza con un programma di economia sociale che, secondo le stime ufficiali, ha sottratto 29 milioni di persone alla poverta’. Quando lascia il potere ha un tasso di popolarita’ superiore all’80%, del quale beneficera’ Dilma Roussef, la compagna di partito che a lui successe alla carica di presidente.

Gli anni di Roussef e del successore di quest’ultima Michel Temer, entrambi travolti da scandali, devastarono l’immagine del Partito dei Lavoratori, che realizzo’ solo troppo tardi, e invano, di avere i propri capi storici in carcere o coinvolti in vicende giudiziarie e perse le elezioni presidenziali. Vinse Bolsonaro, interpretando il vento populista di destra che aveva portato qualche anno prima Donald Trump alla Casa Bianca, ma molti sospettano oggi che quella partita fu truccata. Consapevole del vuoto carismatico che aveva lasciato otto anni prima, sebbene gia’ in carcere Lula si mostro’ determinato a gareggiare nelle elezioni, ma fu costretto a rinunciare da un verdetto in cui la Corte suprema, respingendo il ricorso (habeas corpus) degli avvocati che chiedevano l’esaurimento di tutti i gradi di giudizio, affermo’ che “la presunzione di innocenza non puo’ portare all’impunita’”, una logica del tutto diversa da quella espressa nelle ultime ore dallo stesso tribunale. Qualche tempo dopo emersero gli indizi di un presunto complotto, del quale l’ex presidente aveva sempre parlato.

Lula era stato condannato in secondo grado, tra l’altro, per aver ricevuto dalla societa’ di costruzione Oas tangenti per 3.7 million reais (circa 800mila euro), che la societa’ utilizzo’ per ristrutturargli un appartamento di lusso sulla spiaggia di Guaruja; in cambio favori’ la societa’ in tre contratti con la compagnia petrolifera statale Petrobras. Fu “The Intercept”, il sito di notizie fondato da Glenn Greenwald, l’uomo che aiuto’ Edward Snowden a svelare il sistema di sorveglianza globale messo in piedi dall’intelligence degli Stati Uniti, a mettere in rete lo scorso mese di giugno una mole di documenti riservati, mail, discussioni in chat private, foto, filmati che indicavano il ministro della Giustizia del Brasile, Sergio Moro, e diversi procuratori come artefici di una strategia per fare in modo che Lula finisse in carcere e non potesse, di conseguenza, candidarsi alle elezioni presidenziali del 2018. Moro, che prima di diventare ministro nel governo di Jair Bolsonaro, aveva maneggiato l’inchiesta che porto’ Lula a una prima condanna nel 2017, avrebbe messo in atto, spiego’ ‘The intercept”, una serie di “comportamenti non etici e inganni sistematici” nel corso dell’inchiesta denominata “Autolavaggio” (Lava Jata), pur affermando privatamente insieme ad altri magistrati “dubbi circa gli indizi per stabilire la colpevolezza di Lula”. Nelle conversazioni private, tra l’altro, ci si preoccupava di una intervista che l’ex presidente avrebbe potuto rilasciare poco prima delle elezioni mentre era in carcere: avrebbe potuto beneficiarne Fernando Haddad, il suo delfino, che poi perse le elezioni presidenziali a vantaggio di Bolsonaro. In quel momento e fino a settembre, quando la Corte suprema ne boccio’ la candidatura presentata a agosto, Lula era rimasto il favorito nei sondaggi.

fonte: LASTAMPA.it

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