Whisky o Whiskey?

whiskey vintage label

Il whisky è una bevanda ottenuta dalla distillazione di una miscela di cereali: malto, orzo, grano, mais e segale. Attualmente i maggiori produttori di questa bevanda sono Scozia e Irlanda, ma non dobbiamo dimenticare gli Stati Uniti, il Canada e soprattutto il Giappone.

Irlandesi e scozzesi sono oggi i due popoli che storicamente si contendono il primato di chi l’abbia inventato: molto probabilmente sono stati dei monaci eremiti in fuga dall’Europa centrale, durante le invasioni barbariche, i portatori dei segreti della distillazione oltre il Canale della Manica, applicandoli in seguito alle birre locali della Britannia.

Il whisky, termine scozzese, nasce dall’unione di quattro elementi: cereali, lieviti, acqua e torba.  Questa ricetta, apparentemente semplice, nasconde una miscela composta da di diversi sapori, aromi e colori oltre alla miriade di sfumature. La parola whisky deriva dal termine gaelico uisge beatha che vuol dire acqua di vita. In epoca antica per sgrezzare il prodotto erano necessarie fra le tre e le quattro distillazioni.

La contesa fra Scozia e Irlanda nasce molto probabilmente nei secoli successivi all’Anno Mille: un’antica leggenda attribuisce la paternità del whiskey, termine irlandese con cui si identifica l’anonima bevanda, a San Patrizio, famoso patrono dell’Irlanda. Gli scozzesi, dal canto loro, rispondono ai cugini irlandesi con un documento scritto ufficiale, datato 1494, in cui nel libro dei conti del Cancelliere dello Scacchiere, viene menzionata una miscela di malto per frate John Cor.

Le vicissitudini e le molteplici curiosità sul whisky scozzese passano attraverso le lunghe battaglie nei secoli successivi contro gli Inglesi. L’unione delle Corone di Inghilterra e Scozia, precisamente nel 1707, attribuiva alla Monarchia inglese la possibilità di imporre pesanti tasse su whisky scozzese e per questo motivo, le distillerie decisero di abbandonare il costoso metodo della tripla distillazione.

Notevoli sono le storie che gli addetti delle distillerie crearono, per mettere nel sacco gli esattori britannici, diventando quasi uno sport nazionale per quel periodo e ricchissimi sono gli aneddoti sull’abilità e le astuzie escogitate dai Master Distiller, per evitare i controlli: addirittura si narra che in ogni distilleria scozzese c’era un espediente per imbrogliare gli esattori della monarchia.

Successivamente il whisky scozzese ha avuto un impennata nella sua produzione grazie all’embargo dei prodotti francesi durante la guerra fra Inghilterra e Francia e per tutto il ‘700 e l’800, questa miscela alcolica ramificava il suo mercato e si imponeva come una vera alternativa ai nobili e pregiati vini francesi.

Nel 1831 appare il primo distillatore a colonna che si poneva l’obiettivo di massificare la produzione di Scotch Whisky che porterà successivamente anche alla nascita del Blended Scotch (metà 1800), affiancando il tradizionale Single Malt. Il Blended viene ottenuto grazie all’unione di diverse miscele di più distillerie e aveva l’obiettivo di ampliare il mercato del whisky soddisfacendo la domanda del crescente mercato dell’epoca.

Questi sono gli anni in cui si pongono le basi per il nascente mercato moderno del whisky scozzese, soprattutto con la suddivisione in zone regionali notevolmente diverse fra loro: la zona delle Highland, da dove provengono i Single Malt più puri e raffinati, ricchi di odori e aromi naturali. Le distillerie della zona delle Islay, note per il tipo di invecchiamento che avviene nelle botti vicino alle zone costiere. Le Lowland da dove provengono le migliori miscele per comporre i whisky blend più venduti a livello mondiale.

Nonostante questi notevoli passi avanti il punto di svolta della produzione e dell’affermazione del whisky a livello mondiale è avvenuta nella fine dell’Ottocento, dovuto all’enorme crisi che ha colpito il mondo enologico a causa del flagello della Fillossera del 1878 distruggendo quasi l’80% del patrimonio vinicolo europeo.

Il problema della Fillossera, risolto dopo alcuni mesi, aveva contribuito a innalzare il successo del whisky anche nel Nuovo Mondo.

In America, la storia del whiskey inizia con le migrazioni degli irlandesi a seguito della carestia degli Anni ’40 dell’Ottocento per le precarie condizioni di miseria. Sia la diffusione che la matrice di produzione non sono figlia della tecnica scozzese, filtrata appunto con la torba, bensì con una tripla distillazione di cereali a maggioranza orzo maltato.

La ricetta più antica del whiskey americano è denominata Rye Whiskey e la sua ruvidezza lo rende speciale perché è il famoso whiskey bevuto nei saloon del Far West, creato appunto con una tripla distillazione con una maggioranza di orzo o mais. George Washington, il primo Presidente degli Stati Uniti d’America, è stato un famoso produttore di whiskey.

A differenza della Scozia e dell’Irlanda, paesi dai territori più contenuti, la grandezza territoriale degli Stati Uniti, consentiva una produzione più diversificata lasciando spazio anche a nuovi esperimenti e tipologie di whiskey: per esempio il Bourbon, nato nel Kentucky, realizzato con una percentuale del 51% di mais dove è previsto un invecchiamento di almeno 24 mesi nelle botti di rovere bianco carbonizzate all’interno.

Il Tennessee Whiskey prodotto nello stato del Tennessee dove è stata aperta la prima distilleria da Jack Daniel nel 1825. Attualmente uno dei whiskey più famosi a livello mondiali, viene realizzato e prodotto con una percentuale minima di mais, pari al 51% e alla fine si procede a filtrare su carboni di acero bianco americano (Charcoal Mellowing), che conferisce alla bevanda ottenuta un gusto affumicato. L’invecchiamento previsto è di almeno 2 anni in fusti di rovere bianco carbonizzati all’interno, mentre per le versioni più pregiate e particolari di solito si arriva a 4 anni.

Oggi, il whisky più bevuto e apprezzato è senz’altro quello di natura scozzese, grazie anche alla prorompente pubblicità, soprattutto i blended hanno rivoluzionato il mercato in termini di costi e di consumazione, rendendolo anche più accessibile al pubblico.

Emiliano Cangi

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