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IL BILANCIO DELLA NUOVA NORMALITÀ

persone mascherine

Sono passati quasi tre mesi dalle prime restrizioni adottate per contenere l’epidemia da Covid-19 e abbiamo assistito in queste settimane a più stravolgimenti nella nostra vita quotidiana che in interi decenni. È possibile fare un primo bilancio di questa “nuova normalità”, che sebbene in questi giorni sembri essere più simile alla “vecchia normalità”, non possiamo ignorare che sia differente e non ancora definitiva, vista l’incertezza dei mesi che ci attendono.

Se dovessimo stilare un elenco di cose positive che questo stravolgimento ha portato, comincerei con il minor traffico sulle strade ed il conseguente minor impatto ambientale dell’inquinamento atmosferico. Considerando che, ogni anno, nel nostro continente i morti dovuti allo smog sono alcune centinaia di migliaia ed il nostro Paese è primo in Europa per questo record, non si può che tenerne conto.

Per quanto riguarda le nostre abitudini di vita, abbiamo sicuramente più tempo per noi stessi potendo evitare inutili tragitti, dato l’abbondante uso dello smart working, nonché di tutta una serie di commissioni finalmente da poter fare, anch’esse, da casa. Con questa modalità si possono riorganizzare i propri spazi, decidere, ad esempio, se trasferirsi in un altro posto, magari lavorando da una casa al mare o in montagna per i più fortunati, o anche soltanto da un parco o da un proprio parente che magari con l’occasione si ha la possibilità di vedere più spesso.

Altri aspetti positivi sono quelli legati alla ridefinizione delle priorità, distinguendo le cose realmente importanti da quelle di cui possiamo fare a meno. In queste settimane abbiamo scoperto che possiamo sopravvivere ugualmente anche senza la superficialità che ha sempre contraddistinto la nostra contemporaneità, fatta ad esempio di ore passate a curare la nostra immagine dal parrucchiere, dall’estetista o anche soltanto presso i negozi di abbigliamento per acquistare l’ennesimo vestito più alla moda.

C’è sicuramente anche una maggiore empatia nei confronti degli stati d’animo altrui. È normale essere più comprensivi nei confronti di chi notiamo avere un momento di sconforto o di poca lucidità, dovuti sicuramente a questa situazione, all’isolamento sociale o ai problemi che si sono affrontati, cosa che, invece, fino a poco tempo si era per la maggior parte portati a condannare, a volerne prendere le distanze, troppo presi dalla frenesia quotidiana per fermarci a comprendere.

L’enorme numero di disoccupati che ci saranno nei prossimi mesi ci faranno ripensare, forse, anche il concetto di lavoro, che potrà non essere più visto come un dovere sociale fine a se stesso, ma come un diritto e strumento volto alla realizzazione individuale. Il concetto che sia il lavoro a dare la dignità è profondamente sbagliato, ma è purtroppo ben radicato nella nostra cultura proprio come risultato di quell’esperimento non riuscito, che fu del fascismo, di trasformarsi in un assolutismo, dopo essersi instaurato come dittatura. I valori che sono stati inculcati da un ventennio di propaganda mussoliniana ai nostri antenati, li ritroviamo purtroppo ancora oggi. Non è un caso, infatti, che nella Costituzione i padri costituenti, in antitesi al precedente status quo, vollero inserire tra i principi fondanti il lavoro in quanto diritto, e non in veste di dovere.

La medicina è, purtroppo, una scienza sperimentale, per cui è molto difficile fare previsioni. È possibile, però, guardare a quanto accaduto nelle precedenti epidemie della storia e trovare alcuni aspetti in comune. Mi riferisco ad esempio all’influenza spagnola, che, tra il 1918 e il 1919, colpì l’intero pianeta facendo tra i 50 e i 150 milioni di morti. Anche allora, dopo una prima ondata, che terminò intorno a giugno, sembrava tutto apparentemente finito, salvo poi ripresentarsi già da settembre con una mortalità ancora maggiore e dei sintomi ben più gravi. Non è un mistero che alcuni virus hanno l’obiettivo di sopravvivere il più possibile nel corpo ospitante durante l’estate quando hanno più difficoltà a diffondersi, salvo poi puntare a riprodursi con la maggiore intensità e contagiosità quando le condizioni ambientali glielo permettono.

È evidente comunque che se, a livello politico, questa seconda fase sembra essere governata dalla volontà di lasciare alle Regioni la gestione dell’emergenza, sia per quello che attualmente ne rimane che per quella che potrebbe riverificarsi, dall’altro è altrettanto evidente che il periodo attuale sia soltanto una pausa e che, con la prossima stagione influenzale, che parta da ottobre o da dicembre, combatteremo di nuovo contro il Covid-19. Per questo, forse, la riapertura della maggior parte delle attività ci consentirà di approfittare di questa tregua per respirare un po’ (metaforicamente parlando, sia fisicamente che economicamente), in attesa della prossima battaglia. Magari, già con le mascherine pronte, educati alle regole di comportamento e con gli ospedali più strutturati ad affrontare l’emergenza, ma probabilmente di nuovo in lockdown.

Filippo Piccini

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