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Autopsy // André Øvredal

autopsy copertina film

Nell’immaginario collettivo probabilmente gli obitori sono luoghi ben più peggiori dei cimiteri. L’obitorio è un luogo gelido, illuminato dalla fredda e distaccata luce dei neon, dove il mobilio è scarno e composto da oggetti in serico metallo. L’obitorio è una delle ultime tappe del corpo, il luogo dove i morti vengono aperti, sezionati, indagati e chiusi in celle frigorifere in attesa dell’ultimo saluto.

Ecco quindi che proprio l’obitorio diventa lo scenario perfetto per Autopsy, film del 2017 diretto dal norvegese André Øvredal (Trollhunter). Il plot è tanto semplice, quanto intrigante. Padre e figlio gestiscono un obitorio in Virginia e tra loro è palpabile il peso di problemi profondi e irrisolti. In una notte, che promette tempesta, i due restano confinati nella camera mortuaria per esaminare il corpo di una giovane donna sconosciuta trovata nel seminterrato di una casa dove si è consumato un pluriomicidio.

Quello che inizialmente sembra un lavoro di routine, ben presto si trasforma in qualcosa di inquietante.

La prima parte del film trascina lo spettatore nel vivo di un’autopsia… si scivola completamente all’interno del corpo della giovane sconosciuta. Lentamente però emergono dettagli inquietanti.

La seconda parte del film prende invece una piega più claustrofobica e paranormale. Anche se molti jump scare sono piuttosto scontati, la scelta di condensare tutto il film tra le pareti sinistre dell’obitorio consente di non perdere il senso d’inquietudine generato nella prima parte della pellicola. Il twist finale è intrigante e riesce a mantenere alto il livello del film.

Nonostante Autopsy non sia una rivelazione resta la piacevole sensazione di aver guardato qualcosa di diverso. Qualcosa che cerca di discostarsi dai soliti cliché del cinema di genere americano.

Nota di merito per i protagonisti di questa fosca storia, ovvero il veterano Brian Cox e il giovane Emile Hirsch.

Buona Visione

Serena Aronica

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