Workaholism, quando lo stacanovismo diventa una patologia

workaholic

“Lavorare duramente è considerato dignitoso nella nostra moderna società”. È così che le ore extra passate a lavorare, la fatica fatta nello spingersi oltre i propri limiti insieme ad un concetto errato di pigrizia e di riposo possono portare a ben altri tipi di problemi.

Si chiamano “workaholics” e sono gli “ubriachi da lavoro”: sono in grado di sviluppare una vera e propria dipendenza dalla vita professionale, sacrificandogli qualsiasi cosa. Se c’è chi non vede nulla di male nell’essere stacanovista, i ricercatori dell’università di Bergen mettono invece in guardia da questo comportamento patologico: secondo il loro studio, ci sarebbe un forte collegamento tra il “workaholism” e altri quattro disturbi psichiatrici.

Testando più di 16mila lavoratori norvegesi, gli psicologi, guidati dalla ricercatrice Cecilie Schou Andreassen, hanno concluso che il 32,7% degli “ubriachi da lavoro” avrebbe più chance di sviluppare un disturbo da deficit di attenzione/iperattività e il 25,6% di sviluppare un disturbo ossessivo-compulsivo. Se il 33,8% va incontro a disturbi d’ansia, l’8,9% avrebbe più chance di soffrire di depressione rispetto a chi, invece, del lavoro non è affatto dipendente.

La workaholism, detta anche work addiction (letteralmente dipendenza da lavoro), è stata introdotta nel 1971 da Oates, per indicare il bisogno incontrollabile di lavorare incessantemente, così da rientrare nel novero delle New Addiction, assieme alla Internet Addiction, Shopping Compulsivo ed altre. Essa, tuttavia, si differenzia dalle classiche dipendenze comportamentali, poiché non si riferisce, come per l’uso di sostanze, al ricorso ad un agente esterno per l’ottenimento diretto di un appagamento istantaneo, bensì ad un’attività che richiede uno sforzo finalizzato alla produzione di un lavoro o di un servizio, che sottende una remunerazione.

Come tutte le dipendenze, riconoscere il problema è il primo passo da fare. Il secondo, è avere una mentalità sufficientemente aperta per rivolgersi ad un esperto: questo tipo di disagi, infatti, nascono da un vuoto che si tenta di colmare con la professione. Il percorso con lo psicoterapeuta o con il coach permetterà di scoperchiare tale mancanza e riempirlo con qualcosa di più risolutivo, bypassando quella tendenza all’eccessivo sacrificio tipico dei soggetti dipendenti. Anche l’ambiente lavorativo fa la sua parte: le aziende dovrebbero scoraggiare l’overworking, se non è utile o addirittura dannoso, e proporre una maggiore attenzione al work-life balance, in modo da non favorire comportamenti emulativi.

Un altro approccio è quello di migliorare il rapporto con il tempo: la terapia mira a far capire che l’ozio è necessario, e che alcuni piaceri non tolgono importanza ed energie alle attività quotidiane, anzi. Un riconnettersi con passioni e abitudini perse nel tempo può essere un’ottima soluzione per staccarsi un po’ dagli impegni lavorativi. Il percorso di guarigione è graduale, e chi veramente la fa da padrone è il diretto interessato, con l’aiuto di familiari e amici: spezzare il circolo vizioso di autoalimentazione della dipendenza può essere difficile, se essa è connessa ad un disagio legato alla percezione del sé. Ma, una volta raggiunto, si potrà godere di una nuova, frizzante, libertà.

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