Abruzzo, Marche e Umbria: reti femministe si mobilitano per difendere diritto all’aborto

rete femministe

Abruzzo, Marche e Umbria. Le regioni del centro Italia guidate dal centrodestra sembrano intenzionate ad una vera e propria offensiva contro il diritto ad abortire. Dagli ostacoli alla somministrazione della pillola RU486 fino all’inserimento di associazioni cattoliche dentro i consultori, le riforme, proposte o annunciate dalle giunte regionali scatenano la reazione delle reti femministe, intenzionate a mobilitarsi per non far passare questo “arretramento culturale terribile”.

MARCHE, RETE ‘MOLTO PIÙ DI 194’: MOBILITAZIONE CONTINUA IL 6 MARZO

Sulla RU486 “la situazione nelle Marche è grave: ha una percentuale di utilizzo estremamente bassa pari al 6% e viene somministrata solo in tre ospedali: Urbino, Senigallia e San Benedetto del Tronto”. A parlare all’agenzia di stampa Dire e’ Maria Assunta Vecchi, attivista della rete ‘Molto piu’ di 194′ oggi impegnata insieme ad altre associazioni del territorio nella mobilitazione femminista che da diverse settimane sta montando in seguito alla presa di posizione della giunta Acquaroli di opporsi alla somministrazione della pillola abortiva nei consultori della Regione Marche.

Il prossimo appuntamento, dopo la manifestazione del 6 febbraio ad Ancona e i flash-mob organizzati in diversi centri del territorio, è previsto a ridosso della Giornata internazionale della donna, sabato 6 marzo, quando, data la situazione incerta dovuta alla pandemia, “probabilmente ci sara’ un’iniziativa online- fa sapere Vecchi- La situazione è grave – spiega – considerando che, se la RU486 non viene utilizzata, con la chiusura della provincia di Ancona e gli ospedali che cominciano gia’ ad essere in affanno, le donne che vogliono interrompere una gravidanza dovranno ricoverarsi per tre giorni”.

A preoccupare le attiviste è che “l’annuncio della giunta di centro-destra – perché di annuncio finora si tratta – si trasformi in una delibera”, dice Vecchi. Secondo l’attivista, poi, il vero problema per ora e’ che “la pillola abortiva non c’è nemmeno negli ospedali. All’inizio la somministravano solo a Senigallia, gli altri due nosocomi ce li siamo sudati con le amministrazioni regionali precedenti, ed è stata lasciata fuori Macerata. Negli ospedali con la pandemia si rischia, per questo dovrebbero occuparsene di piu’ i consultori”.

La battaglia delle attiviste marchigiane ha ricevuto il sostegno delle oltre 90 associazioni firmatarie dell’appello promosso da D.i.Re-Donne in Rete contro la Violenza lanciato lo scorso 30 gennaio ‘Adesso basta!’. “Ci mobiliteremo sempre di più fino al 6 marzo – conclude Vecchi – Siamo in contatto con la rete umbra per iniziative da svolgere in collaborazione e contemporaneamente“.

UMBRIA, TOSCHI (PRO-CHOICE): SUBITO RU486 IN OSPEDALI E CONSULTORI

Un arretramento culturale terribile, scritto con un tono mellifluo che sembra aperto ai bisogni delle persone. In realtà è quanto chiede l’Agenda Europa, che esprime nei suoi scritti ciò che viene poi descritto nei manifesti pro-vita affissi nelle nostre città ed era tra gli ispiratori del Congresso delle famiglie a Verona nel marzo 2019″. È un duro atto di accusa quello che in un’intervista all’agenzia Dire Marina Toschi, ginecologa, rappresentante della rete italiana contraccezione e aborto Pro-choice e presidente dell’Unione Donne in Italia-Perugia, rivolge all’indirizzo della Regione Umbria, che con una proposta di legge regionale mira a modificare l’assetto dei servizi socio-sanitari, andando a colpire, per un ampio fronte di attiviste femministe, i diritti delle donne.

In questo quadro politico, secondo Toschi, va letto il tema dell’aborto farmacologico che nelle ultime settimane è tornato alla ribalta nelle Marche e in Abruzzo per l’intenzione, annunciata dalle giunte a guida centro-destra, di non consentire la somministrazione della Ru486 nei consultori, in contrasto con le linee di indirizzo emanate dal ministero della Salute in estate.

“Nelle Marche e in Abruzzo si sono concentrati sul tema della Ru486 – sottolinea la ginecologa – qui in Umbria si sono allargati, andando a toccare e colpire i servizi sociali e il diritto alla scelta, sia della contraccezione che dell’aborto. Questa proposta di legge, infatti, invece di puntare su un welfare sociale e sanitario, punta sul caregiver a casa, e si sa che di solito si tratta di donne. In più, si vogliono inserire le associazioni cattoliche e per le famiglie nei consultori, per orientare le donne nell’approccio alla contraccezione, che per loro ovviamente è solo quella naturale, e all’ivg, per fare il lavoro che secondo loro non fano gli operatori sanitari, e cioè convincere le donne a non ricorrere all’aborto”.

È sulla Ru486 che però, specie in pandemia, si gioca l’accesso all’aborto sicuro. “Le città capoluogo, Perugia e Terni, in dieci anni non hanno iniziato a utilizzarla, a Terni non c’è nemmeno il chirurgico – sottolinea Toschi – La pillola abortiva ce l’hanno gli ospedali di Foligno, Narni, Orvieto, Città di Castello e altri centri minori, piu’ difficili da raggiungere. La situazione non e’ diversa nelle Marche, dove la maggior parte degli ospedali non la danno”.

Invece, proprio in questo momento in cui il Covid-19 rende più critico il ricorso ai nosocomi, il supporto del farmacologico, accompagnato dalla telemedicina, potrebbe rivelarsi un alleato prezioso per le donne che scelgono di non portare avanti una gravidanza indesiderata. “Si potrebbe fare come in Inghilterra o in Francia per evitare al massimo il contatto e far andare la donna una sola volta in ospedale – continua la ginecologa – Ci vorrebbe un servizio per informare su quale poliambulatorio, consultorio o ospedale, fornisce il servizio, avere la certificazione e poi le due pasticche, da gestire a casa con un appoggio telefonico e con l’aiuto di un ospedale, qualora si presentassero problemi”.

In Italia, invece, l’iter per la Ru486 può portare la donna a ricorrere a strutture sanitarie e ospedali anche cinque volte. “Bisogna andare una prima volta al consultorio o dal medico di base per avere il certificato- spiega-, poi andare in ospedale per farsi mettere in lista. Quindi tornare per la prima pillola, dopo due giorni per la seconda e dopo 15 per controllare che sia stato espulso tutto”.

Ma perché un iter così lungo e a tappe per una pratica medica che per la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità può essere espletata in regime di day hospital o ambulatoriale? “Per alcuni non si può fare perché sostengono che la legge 194 dica che l’aborto va espletato in una struttura sanitaria, quindi è fuori legge procedere con l’espulsione dell’embrione a casa – chiarisce la presidente di Udi-Perugia- Non è concepito il fatto che la donna possa essere autonoma, in questo la nostra legge è molto punitiva e dovremmo aggiornarci, perché ormai tutto si fa in telemedicina. La nostra proposta è di semplificare l’iter della certificazione, che richiede 10-15 giorni da quando una donna decide di ricorrere a un’ivg, e di diffondere la Ru486 nei consultori e negli ospedali, semplificando il percorso, senza rendere la vita difficile alle donne nella speranza che passando il tempo cambino idea”.

Una richiesta che Udi-Perugia e Ru2020-Rete umbra per l’autodeterminazione hanno messo anche nero su bianco qualche giorno fa, inviando una lettera ai direttori degli ospedali dei due capoluoghi di provincia umbri per chiedere l’apertura al farmacologico, “a cui non abbiamo ancora ricevuto risposta”. Il problema e’ anche che “il ministero non ha dato alle Regioni una scadenza entro la quale recepire le linee di indirizzo”, chiarisce Toschi. Ed è in questa ambiguita’ che si gioca la partita di chi si oppone alla loro applicazione. “In molti ospedali – fa sapere – ancora non danno la Ru486 fino alla nona settimana, proprio perché se le Regioni non recepiscono le linee di indirizzo molti medici continuano a somministrarla fino alla settima”.

Un altro capitolo è, poi, la mancata formazione del personale sanitario. “Perugia e Terni sono sede di università, gli specializzandi di Ostetricia e Ginecologia spesso escono senza aver mai visto un aborto farmacologico e senza saper mettere una spirale a una donna – osserva Marina Toschi – Il misoprostolo, poi, può servire anche negli aborti spontanei per evitare il raschiamento, che è molto più invasivo, ma non viene usato. C’è una carenza culturale dal punto di vista scientifico e un atteggiamento di chiusura verso le nuove pratiche, per non facilitare le scelte delle donne”, conclude la rappresentate della rete umbra Pro-Choice, che annuncia per inizio marzo iniziative di mobilitazione anche in collaborazione con le associazioni delle donne marchigiane.

ABRUZZO, LA PENNA: VIA AD INDAGINE SU CONSULTORI ABRUZZESI

Un sit-in, quello di domenica, che rappresenta l’inizio di un percorso di indagine per capire qual è la reale situazione dei consultori abruzzesi su cui “è tutto nebuloso. La percezione è che a Pescara i servizi siano limitati, vogliamo capire se è così anche altrove. E’ qualcosa di cui non si parla, su cui non abbiamo dati certi. Vogliamo sapere quali sono quelli realmente aperti e quelli che non lo sono”. Benedetta La Penna, di Coalizione Civica, alla Dire presenta con queste parole la posizione espressa nel sit in sul tema scoppiato in questi giorni su aborto e RU486, se da parte del “Governo regionale c’è l’intenzione di limitare l’uso della pillola abortiva nei consultori”.

Proprio per far sentire la loro voce infatti, domenica mattina, Coalizione Civica, insieme ad altre 12 associazioni, ha manifestato con un sit-in davanti alla sede della Regione Abruzzo di Pescara per protestare contro la circolare inviata alle Asl dall’assessore regionale alla Sanita’ Nicoletta Veri’. Circolare con cui l’assessora “raccomanda” l’interruzione di gravidanza farmacologica negli ospedali. “La 194 è una legge, monca e da migliorare, ma una legge dal 1978 – sottolinea La Penna – Non riusciamo a capire perche’ si voglia limitare l’uso della pillola abortiva agli ospedali, ancor piu’ in un momento di pandemia. Ci sono normative che dicono chiaramente che può essere somministrata nei consultori. Quello che ci viene da pensare è che la politica voglia continuare ad intervenire sui diritti delle donne, sul loro corpo e decidere al posto nostro. Ci sembra una limitazione ingiusta e folle”.

Di qui, spiega, l’idea di iniziare una vera e propria indagine per capire la situazione reale dei consultori della regione. “Chiediamo di avere accesso a dati e informazioni e di avere più chiarezza perché la percezione è che, da questo punto di vista, in Abruzzo ci siano mancanze gravi”. Un percorso che, annuncia, iniziera’ con la provincia de L’Aquila grazie al supporto delle realtà femministe del territorio che, spiega La Penna, “sono poche. Partiremo da lì per capire qual è la situazione riguardo gli aborti per poi spostarci sulle altre province con le attiviste e le realta’ organizzate presenti“.

Non manca di rivolgere critiche anche ai manifesti contro l’aborto apparsi in diverse Regioni italiane. “Come non si può prendere una posizione dura – conclude – Si dice che la pillola è veleno. Io vorrei poter rispettare le opinioni di tutti, ma questa è, prima di tutto, vera e propria disinformazione. E’ una cosa gravissima”.

fonte: AgenziaDIRE.it

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