CHE GIORNO É LA NORMALITÁ?

londra parco post lockdown

Sembra incredibile, ma dopo più di un anno siamo ancora qui a parlare di covid e di pandemia. Nonostante da marzo 2020 ad oggi si sia passati attraverso la scorsa estate, quando tutto sembrava incredibilmente finito e “clinicamente ormai inesistente“, adesso complice anche la stessa stagione del primo lockdown, sembra come se ci trovassimo in un’unica grande zona rossa più o meno sfumata, che non si è mai interrotta.

C’è da dire però che se qualcosa di tangibile è cambiato rispetto ad allora è l’assenza di una comunicazione istituzionale che faccia sentire la propria vicinanza ai cittadini. L’attuale Presidente del Consiglio dovrebbe credere un po’ di più al proprio ruolo, così come anche nei momenti più bui ha fatto il suo predecessore. Seppur possa infatti essere condivisibile la scelta stilistica del silenzio e più apprezzabile rispetto a chi si sente addirittura continuamente in campagna elettorale, è comunque utile soprattutto in questo momento stabilire un dialogo con i cittadini.

Purtroppo l’illusione che i vaccini possano come d’incanto far sparire questo problema si sta rilevando lentamente sempre più una scommessa che una certezza. Alcuni Paesi come Israele o come la Gran Bretagna che sono tra i più avanti al mondo nel vaccinare la propria popolazione, stanno registrando il minimo di decessi e di nuovi contagiati, ma principalmente perchè vengono da mesi di duro lockdown. Gli effetti concreti della vaccinazione, che sicuramente saranno in qualche modo tangibili, sono comunque ancora tutti da quantificare.

Altri Paesi invece, come ad esempio l’India che sembrava aver debellato il virus, grazie secondo alcuni alle proprie abitudini alimentari, stanno vivendo una nuova improvvisa ed incontrollabile impennata dei casi che sta mettendo in discussione addirittura la teoria dell’immunità di gregge. Oppure l’esempio del Cile, paese record per numero di vaccini somministrati al mondo, dove nonostante un terzo della popolazione abbia ricevuto almeno la prima dose, i contagi sono in aumento.

In Italia, nonostante siamo sesti al mondo per numero di deceduti da covid e settimi per quello dei contagiati, in materia vaccinale non possiamo contare alcun record. Anzi, fino adesso abbiamo assistito solo a delle promesse che, seppur rimangano nelle migliori intenzioni, non potranno che scontrarsi con la difficoltà di attuarle in un sistema-paese ingessato come il nostro.

La normalità tornerà quando smetteremo di chiamarla normalità. Quando capiremo che il covid è un processo irreversibile e non una parentesi che fin dall’inizio si è pensato di volta in volta potesse essere di due settimane, di due mesi, di qualche stagione o anno. Prima capiremo che dovremo reinventare la nostra società e prima il risultato di questa ristrutturazione sarà ciò che potremo chiamare nuova normalità.

Il covid non si sta comportando come le altre pandemie della storia, non possiamo pensare che finirà come sono finite tutte le altre, nè possiamo credere realmente che vaccinare tutto il mondo ogni 6-9 mesi inseguendo con i richiami le varianti resistenti ai vaccini sia una cosa fattibile. E se anche finisse, come ci comporteremo con un nuovo virus dato che le pandemie per motivi demografici e ambientali sembra diventeranno la norma nel prossimo futuro, come annunciato addirittura dalla Von Der Leyen? Possiamo continuare così, aspettando una normalità che non arriverà mai e cercando di illuderci di ritrovarla con i bonus, le misure eccezionali e le proproge al blocco dei licenziamenti, oppure decidere di cambiare tutto e crearci noi un nuovo standard.

Ricorderemo sicuramente quando l’anno scorso ci chiedevamo come saremmo diventati dopo questa esperienza, se tutti migliori o peggiori. Probabilmente a distanza di tutti questi mesi e con chissà quanti altri davanti è ancora difficile rispondere. Nel dubbio, tra l’accettare di essere diventati migliori o peggiori, abbiamo sicuramente la certezza che comunque ne usciremo tutti diversi.

Filippo Piccini

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