6 aprile 1924: Mussolini vince le elezioni

elezioni viminale 1924

I un clima di intimidazione e violenze da parte dei sostenitori del Partito Nazionale Fascista, denunciate nella seduta parlamentare del 30 maggio dal segretario socialista Matteotti, si tengono le elezioni che decretano la vittoria della Lista Nazionale di Benito Mussolini con il 64,9% complessivo di voti. La frammentazione elettorale delle precedenti elezioni (del 1921) spinse il Partito Nazionale Fascista a presentare un progetto di legge elettorale in nome della governabilità. Il Partito Popolare Italiano di Alcide de Gasperi raccoglie il 9% e il Partito Socialista Unitario di Giacomo Matteotti il 5,9% dei voti.

La cosiddetta legge Acerbo (n. 2444 del 18 novembre 1923), un proporzionale con voto di lista e premio di maggioranza, fu approvata in un clima intimidatorio. In base alla nuova legge elettorale, alla lista più votata a livello nazionale – purché avesse almeno il 25% dei voti validi – venivano assegnati i 2/3 dei seggi in tutte le circoscrizioni (ciò significava l’elezione in blocco di tutti i candidati della lista, essendo essi 356), mentre gli scranni rimanenti erano assegnati alle altre liste in proporzione ai voti ottenuti e secondo ordine di preferenza personale.

«Le elezioni» scriveva una rivista dei Gesuiti, «svoltesi con ordine e tranquillità inattesa nelle grandi città, furono turbate in parecchi piccoli centri da violenze e da fatti di sangue. Cose non inaudite, frutto proprio della passione elettorale; ma ciò che più nocque allo splendore della vittoria del fascismo, fu la prepotenza con cui si impedì a molti di esercitare il diritto di voto, e ciò non solo in paeselli sperduti tra le gole delle Alpi, ma alle porte stesse di Roma, come a Frascati, ad Albano, ad Ariccia»; ad altri si sottrasse con la forza il certificato elettorale, che fu usato da fascisti per votare al posto degli avversari. Non fa dunque meraviglia che si dica, da parte delle opposizioni, che se i vincitori avessero rispettato la volontà degli elettori «le sorti della battaglia sarebbero state alquanto diverse, se non per numero di mandati, certo per numero di suffragi. A ogni modo un po’ più di rispetto all’altrui diritto, mentre avrebbe permesso una migliore valutazione delle forze reali dei partiti, sarebbe stato tanto di guadagnato anche per il buon nome del fascismo e certo per la pacificazione degli animi».

La vittoria fascista fu solennemente festeggiata in ogni parte d’Italia con manifestazioni pubbliche. Mussolini durante un viaggio da Milano a Roma il 10 aprile 1925 fu salutato in tutte le stazioni dove il treno si fermò da grandi folle di fascisti ed entrò nella capitale come un vero trionfatore: fra due ali di folla attraversò tutta via del Corso su una macchina scoperta fino a Palazzo Chigi, dal cui balcone tenne un “solenne discorso”, nel quale parlò di pacificazione nazionale e di lavoro per tutti: «Vogliamo dare cinque anni di pace e di fecondo lavoro al popolo italiano. Questa dichiarazione è mia; poiché se altri può dire: perisca la patria purché si salvi la fazione, noi fascisti diciamo: periscano tutte le fazioni, anche la nostra, ma sia grande, sia rispettata, sia forte la patria Italia». In quella circostanza, inoltre, fu anche insignito della cittadinanza onoraria della «città imperiale di Roma». Infervorati dalle parole del Duce, simbolico fu che diverse centinaia di fascisti presenti alla manifestazione si diressero poi verso gli uffici del Mondo (uno degli ultimi quotidiani indipendenti che fu successivamente soppresso dal regime fascista nell’ottobre 1926), tentando di assalirli e distruggerli.

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