Freaks // Adam Stein, Zach Lipovsky

freaks copertina film

Possedere dei superpoteri è un sogno, un desiderio che i tantissimi appassionati di fumetti hanno più o meno segretamente coltivato… e non sono loro! Eppure, negli ultimi tempi la condizione del supereroe, dotato appunto di poteri o qualità non umane, ha preso una piega ben diversa… quella dell’emarginato. Dietro i mantelli mossi dal vento, le maschere e i costumi si consuma il dramma del diverso, di qualcuno appunto che la società percepisce come un’anomalia.

Sono molte le pellicole che hanno deciso di sondare questo aspetto psicologico e sociale del mutante, scelta intrapresa anche da Freaks (2019), film low budget, diretto da Adam Stein e Zach Lipovsky.

Quasi l’intera storia si consuma in un’unica location, ovvero gli interni di una casa fatiscente. Al suo interno coesistono un padre (Emile Hirsch) e la piccola figlia Chloe di sette anni (Lexy Kolker). Il padre si dimostra fin dalle prime battute ossessionato dai pericoli che si annidano all’esterno e riversa sulla figlia un atteggiamento iperprotettivo. La mamma della piccola Chloe è morta e i due vivono in un perenne stato di allerta. La paranoia del padre induce quindi lo spettatore a domandarsi se effettivamente esistano pericoli esterni o sia solamente frutto della sua mente. L’ansia generata dalla prima parte del film, alimentata anche dal comportamento al limite del fastidioso della bambina, inizia però a sgretolarsi quando subentra un nuovo personaggio, ovvero Mr. Snowcone (Bruce Dern).

Buona parte del mistero viene infatti rapidamente svelato e la narrazione, in principio claustrofobica e lenta, inizia a spinger pericolosamente sull’acceleratore. L’evoluzione psicologica di Chloe è interessante (anche se snervante) e coerente. Una bambina tenuta rinchiusa in una casa desolata, privata della libertà, dell’affetto materno e della compagnia dei suoi coetanei non può essere spensierata… ma cupa, anaffettiva, rabbiosa e pericolosamente umorale.

Purtroppo, il film finisce per arenarsi in un sabbioso groviglio di cliché, dove l’emotività esagerata e la ricerca di una morale alquanto dubbia ingoiano tutto il buono costruito nella prima parte.

Buona Visione

Serena Aronica

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